Macerata il giorno dopo: fuga dalle responsabilità

By 8 febbraio 2018post nel blog

Fonte: Gli Asini

Questa è una piccola storia in tre atti, un epilogo (ancora da scrivere) e una postilla.

Primo atto. A Macerata, dopo il raid razzista, vengono convocate tre manifestazioni: due dell’estrema destra (Forza Nuova e Casa Pound), una – di carattere nazionale – promossa da un ampio schieramento di organizzazioni antifasciste. Il sindaco (Pd) non è d’accordo, e invita i promotori ad annullarle. C’è “un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare”, scrive, e – manco a dirlo – oggi è il tempo del silenzio.

Nelle poche righe del comunicato si possono quindi leggere: l’equiparazione tra le manifestazioni dei neo-nazifascisti e quelle delle organizzazioni democratiche (entrambe ugualmente colpevoli di voler turbare la pace sociale), l’invocazione a sospendere la libertà di manifestazione sancita dalla Costituzione, e infine l’appello a non fare nulla di fronte all’enormità di quanto accaduto. La parola “razzismo” non è neanche pronunciata, per evocare quanto accaduto si parla di “brutte cose”, proprio come il linguaggio popolare ricorre al “brutto male” per la paura di nominare il cancro. Il sindaco, in sostanza, dimentica il suo ruolo istituzionale. Il suo compito sarebbe quello di raccogliere tutti i cittadini intorno a sé – come rappresentante della comunità intera – a ragionare e a reagire, anziché lasciarli da soli, ciascuno con le proprie paure, a rinfocolarle e abbrutirle nelle chiacchiere da bar o nella melma dei social network. La manifestazione avrebbe dovuto convocarla lui, e il suo posto sarebbe stato in prima fila, con la fascia tricolore, a rappresentare la comunità. Come può rappresentarla attraverso il silenzio?

Secondo atto. Cgil, Anpi, Arci e Libera emettono un comunicato con il quale, dichiarando di accettare l’invito del sindaco, sospendono la manifestazione (non erano i soli ad averla convocata, quindi la sospensione non era nella loro disponibilità, ma quando si è più “grandi” degli altri si diventa anche arroganti). Il loro comunicato fa cadere le braccia, tale è la pochezza delle argomentazioni. Una ritirata, niente altro che una fuga. Si poteva pensare che il più grande sindacato italiano, nonostante la sua crisi conclamata, potesse ancora rappresentare – di fronte alla liquefazione dei partiti di sinistra – un presidio per le agibilità democratiche, che l’associazione dei partigiani – per la sua stessa ragione sociale e per il ruolo avuto nel referendum costituzionale – fosse in prima linea contro l’insorgenza neofascista, che un’associazione impegnata contro la criminalità organizzata non avesse paura. Poche righe mal scritte e mal pensate hanno chiarito che si trattava di illusioni.

Naturalmente è difficile credere che queste organizzazioni così grandi, la cui “testa” sta a Roma, abbiano compiuto un passo tanto grave solo per compiacere il sindaco della piccola Macerata. Ci sono ragioni più grandi e inconfessabili che vanno sotto il nome di elezioni politiche, un campo in cui agiscono pressioni enormi, ricatti espliciti o velati, scambi e promesse, e questo rende ancora più disgustosa la scelta di abbandonare il campo.

Terzo atto. Il Prefetto di Macerata vieta tutte le manifestazioni. In pratica, il Governo sancisce il sequestro delle agibilità democratiche previste dalla Costituzione. E su questo, davvero, non c’è nulla da aggiungere.

Epilogo. Questa parte è ancora da scrivere. Non è difficile presagire che questa storia finirà male. Non tanto la piccola storia della cittadina marchigiana, che presto o tardi ritroverà la sua pace, ma quella del paese. Se è lecito rispondere con il silenzio al gesto di un omicida che – ornato da simbologie nazional-fasciste e naziste – se ne va in giro a sparare per le vie di una città colpendo tutti gli immigrati che incontra, se quel silenzio è invocato e avallato dalle istituzioni centrali e periferiche e dalla classe politica e sindacale nella sua interezza, il messaggio che viene dato ai cittadini è molto chiaro, ed è un messaggio infausto. Almeno due conclusioni provvisorie della storia – però – sono state già scritte. La prima è di carattere politico e istituzionale: questi dirigenti politici e sindacali, questi amministratori locali, questi rappresentanti dello Stato sono inadeguati al loro ruolo e non sono consapevoli delle conseguenze delle loro azioni. La seconda è di carattere culturale e sociale: gli appelli alla memoria che queste stesse istituzioni, associazioni, organizzazioni politiche lanciano con assiduità nelle feste comandate – quando si sprecano iniziative, dibattiti, articoli sui giornali, viaggi della memoria, incontri con i testimoni, lezioni nelle scuole – altro non sono che pura retorica, inutile bla bla bla privo di sostanza. Non hanno alcuna funzione “operativa”, non servono all’unico scopo che potrebbe legittimarli e renderli materia viva: tenere insieme una società quando rischia di lacerarsi.

Postilla. Macerata è la mia città, ci sono nato e cresciuto, ci torno di frequente. Fino a pochi giorni fa l’avremmo tranquillamente definita una città dove non succede mai nulla. Oggi è precisamente nei luoghi in cui non succede mai nulla che vanno cercati i sintomi più preoccupanti del liquefarsi dei legami sociali e del loro perverso riorganizzarsi intorno al razzismo. Nella città in cui non succede mai nulla – e dove tutto è successo nell’arco di pochi giorni – continuerà a non succedere nulla, perché ciò che di positivo poteva accadere – dopo tanto male – è stato sequestrato dalla paura di chi doveva aiutare i cittadini a non averne. La paura al posto del coraggio: questo è tutto ciò che può nascere dal silenzio.

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