Se sei su questa pagina per compilare uno dei questionari li trovi tutti e tre qui!

Se invece vuoi leggere le finalità della ricerca le trovi raccontate nel testo sotto.sotto.

E grazie!

 

In una città come Bologna, dove i servizi sono tanti e il sistema sanitario è avanzato, potremmo pensare che tutti abbiano uguale accesso alla salute. Ma purtroppo non è ancora così. E ce ne accorgiamo ogni giorno, quando vediamo persone che rinunciano a curarsi perché non possono permettersi il ticket, perché non parlano italiano, perché non hanno un medico di base, o perché semplicemente non sanno come fare.

Pensiamo a Maria, una donna anziana con una pensione minima, che salta visite specialistiche perché il ticket è troppo alto. O a Samir, un giovane migrante senza documenti, che ha mal di denti da settimane ma non può accedere a un dentista pubblico. O a Giorgia, una madre single che fatica a trovare un pediatra per sua figlia e si affida a un ambulatorio gratuito. Queste storie non sono eccezioni: sono la quotidianità di tante persone a Bologna.

Viviamo in una città infatti che, pur vantando un sistema di welfare avanzato, rimane comunque attraversata da disuguaglianze profonde: nel reddito, nell’accesso all’abitazione, e anche – sempre più spesso – nella possibilità di curarsi.

Uno studio epidemiologico (2015‑2019) ha evidenziato che in alcune aree periferiche di Bologna – come Villaggio della Barca e Ducati‑Villaggio INA – l’accesso ai servizi di salute mentale pubblico è superiore del 60‑78% rispetto alla media cittadina. Queste stesse zone, in cui si concentrano condizioni di fragilità economica e abitativa, registrano un accesso molto maggiore alla cura pubblica, evidenziando l’esistenza di un vero gradiente sociale: condizioni di partenza più difficili e minor reddito = più bisogno di cure, spesso tardive o insufficienti

La correlazione tra condizioni socioeconomiche e salute è infatti statisticamente significativa: nei quartieri più poveri, il numero di persone con disturbi mentali comuni aumenta in modo misurabile rispetto alle zone più agiate. Analoghe diseguaglianze emergono per diabete, patologie croniche e accesso ai servizi sanitari di base.

In questo scenario, le associazioni, gli ambulatori solidali, i gruppi di volontariato e i servizi informali diventano fondamentali. Tutti coloro che operano ogni giorno sul campo: operatori, volontari, medici, mediatori, attivisti. Ogni giorno intercettano bisogni, offrono cure, ascolto, orientamento: spesso nel silenzio, con pochi mezzi, ma con un impatto enorme. È da qui che potrebbe partire questa ricerca: dalla esperienza concreta, dalla voglia di raccontare quello che si vede per trasformarlo in dati utili, in strumenti per chiedere cambiamento.

Vorremmo raccogliere voci, numeri, esperienze. Lo faremo con tre strumenti diversi: un questionario per chi lavora sul campo, uno per le persone che accedono ai servizi solidali, e uno per chi lavora nelle istituzioni.

Tre prospettive fondamentali:

  1. Gli operatori e volontari delle realtà solidali.
  2. Gli utenti dei servizi stessi, cioè le persone che si rivolgono ad ambulatori, sportelli e sportelli di prossimità.
  3. I referenti istituzionali e professionisti del sistema sanitario (Comune, AUSL, ecc.).

I questionari che abbiamo preparato sono lo strumento che ci permetterà di trasformare le esperienze quotidiane in dati e argomenti utili per migliorare le politiche. Ogni domanda è pensata per mappare con precisione:

  • Chi sono le persone che si rivolgono ai servizi.
  • Quali problemi di salute emergono con più urgenza.
  • Quali ostacoli impediscono di accedere al sistema sanitario pubblico.
  • Quali strategie si usano per affrontare queste difficoltà.
  • Come si possono migliorare le risposte, dal basso e dall’alto.

Rispondere o far rispondere a questi questionari non è solo “compilare un modulo”: è contribuire a costruire una fotografia realistica e concreta delle disuguaglianze purtroppo ancora presenti nella nostra città.

È il primo passo per rivendicare il diritto alla salute come diritto di tutte e tutti, davvero.

Leave a Reply