Chi arriva quando qualcuno sta male in strada.

By 9 Agosto 2026approfondimenti

Chi arriva quando qualcuno sta male in strada.

Una riflessione del Gruppo Salute di Coalizione Civica sulla morte di Abderrahim Fakir, e su tutto quello che viene prima.

Ogni tragedia ci lascia la stessa domanda: poteva essere evitata?

È una domanda che riguarda certo le responsabilità delle forze dell’ordine che sono intervenute, e quelle le accerterà la magistratura. Ma ne riguarda anche un’altra, che non è in mano ai giudici: la responsabilità collettiva.

Allora, vale la pena porsi una domanda diversa, che nessun processo porrà al posto nostro: perché arriviamo sempre troppo tardi?

Un uomo che stava male

Il 19 luglio alcuni residenti hanno chiamato aiuto perché un uomo stava evidentemente male. Non serviva una diagnosi per accorgersene: l’alterazione era visibile a chiunque, e lo è ancora oggi nei video che tutti abbiamo visto. Sono arrivati due agenti di polizia. Poi un’ambulanza con quattro volontari e nessun medico a bordo. L’auto medica è arrivata più tardi, per constatare la morte.

Chiariamo subito una cosa, perché il rispetto per una persona morta lo impone: non sappiamo, e con ogni probabilità non sapremo mai, quale fosse esattamente la sua condizione in quei minuti. Una diagnosi si fa sulle persone vive, da chi ne ha la competenza. Ma proprio questo è il punto: la prima risposta inviata sul posto non comprendeva una figura sanitaria in grado di valutare tempestivamente una possibile crisi psichica o una condizione medica complessa. Non per una mancanza individuale di chi è intervenuto, ma per il modo in cui il sistema organizza e distribuisce competenze e responsabilità.

Due agenti di ventitré e ventotto anni si sono trovati a dover interpretare un comportamento senza gli strumenti per interpretarlo. E quando gli unici strumenti disponibili sono quelli dell’ordine pubblico, l’unica lettura possibile diventa l’ordine pubblico. Non è una responsabilità individuale: è un disegno. Il nostro sistema di emergenza è costruito attorno al corpo in emergenza acuta — il trauma, l’infarto — dove la variabile decisiva è il tempo da comprimere. Una crisi psichica ha bisogno dell’esatto contrario: tempo da dilatare, presenza, parola, relazione, a volte ore. Il 118 non è semplicemente sottodimensionato di fronte a una crisi. È strutturato per non poterla trattare. Può trasportare, o constatare.

Le fragilità non sono un problema di ordine pubblico

Lo diventano perché l’unico strumento è uno strumento di ordine pubblico.

La differenza non è retorica. Se diciamo che la fragilità “può degenerare”, stiamo dicendo che il problema è la persona fragile. Se diciamo che l’unica risposta pubblica disponibile è quella del contenimento, stiamo dicendo che il problema è la scelta che abbiamo fatto — e le scelte si possono cambiare.

In questi quasi 50 anni dalla Legge Basaglia in poi, sono nati Dipartimenti di Salute Mentale, centri diurni, strutture residenziali, servizi territoriali e percorsi sostenuti da importanti risorse pubbliche, anche regionali. Una rete che ogni giorno assiste migliaia di persone e che rappresenta un patrimonio da difendere e rafforzare.

Il problema è ciò che accade quando il contatto con questa rete arriva tardi, si interrompe o non riesce a diventare una presa in carico continuativa. Le situazioni più difficili riguardano spesso persone che faticano ad accedere ai servizi, ad affidarsi, a seguire un percorso o a restare “agganciate” nel tempo. È lì che famiglie, operatori e comunità si trovano troppo spesso a sostenere da soli un peso enorme, fino a quando la crisi esplode e torna a essere trattata come un’emergenza.

Il confine da interrogare, quindi, non è quello tra il manicomio e la strada, ma quello tra chi riesce a essere raggiunto e accompagnato dai servizi e chi, per ragioni diverse, resta fuori, si allontana o viene perso. Una città capace di prendersi cura non aspetta che il disagio diventi ingestibile: costruisce strumenti per riconoscerlo, incontrarlo e mantenere nel tempo una relazione.

La fragilità non appartiene a un solo servizio

Le situazioni più difficili non si spiegano mai con una causa sola. Salute mentale, dipendenze, marginalità, povertà, solitudine, difficoltà di presa in cura si intrecciano. Ed è proprio questa complessità a interrogarci, perché attraversa la salute mentale, il sociale, i SerD, la sanità d’emergenza, le Forze dell’Ordine, il volontariato, la scuola, il vicinato. Quando ciascuno guarda soltanto il proprio pezzo, nessuno vede più la persona intera.

Le persone arrivano con bisogni complessi. Sono i servizi che, troppo spesso, continuano a leggerli separatamente.

E le crisi non nascono in un giorno. Crescono nella solitudine, nell’assenza di sostegni, nei segnali che nessuno ha messo in relazione. È in quello spazio — prima — che si misura la capacità di una città di prendersi cura di chi la abita.

Che cosa chiediamo

Non chiediamo più formazione per gli agenti. La formazione alla de-escalation lascia comunque la crisi in mano a chi ha il compito di garantire la sicurezza: cambia i modi, non la grammatica dell’incontro. Chiediamo qualcosa di diverso, e di molto più semplice: che a una chiamata per una persona in crisi risponda chi ha la competenza per curarla.

Squadre di crisi non poliziesche, sanitarie e sociali, reperibili sulle ventiquattro ore, che conducano l’intervento. Le Forze dell’Ordine devono restare una risorsa disponibile a supporto, quando serve davvero — non il primo e unico arrivato. Chi conduce la scena decide che cosa quella scena diventa.

Invio del mezzo medicalizzato sulle chiamate per stato di agitazione grave. Non un’ambulanza di volontari senza medico.

Un piano straordinario sulla salute mentale: Dipartimenti di Salute Mentale, SerD, Case della Comunità, centri diurni, strutture residenziali e Unità di strada. Non si tratta di negare ciò che già esiste, ma di rafforzarlo, renderlo più accessibile e capace di intervenire precocemente, garantendo continuità alla presa in carico anche nei casi più complessi.

Protocolli chiari su chi fa che cosa, costruiti insieme tra 118, pronto soccorso, salute mentale, servizi sociali, Forze dell’Ordine e associazioni. Non per confondere i ruoli: per stabilire con precisione a chi tocca guidare, quando la realtà supera i confini di un servizio solo.

Sono richieste che si rivolgono innanzitutto al Governo, che continua a intervenire con urgenza sul terreno della sicurezza e della repressione e al tempo stesso sottrae risorse alla sanità e alla salute territoriale. Ma chiamano in causa le stesse  istituzioni del territorio — Comune, Regione e Azienda sanitaria — ciascuna secondo le proprie competenze. Rafforzare il coordinamento tra servizi, rendere più tempestiva la presa in carico e costruire risposte capaci di accompagnare le persone nel tempo sono obiettivi sui quali anche Bologna può e deve continuare a investire.

Le parole

Anche il modo in cui raccontiamo queste vicende ha un peso. Quando una persona viene letta prima di tutto attraverso un’etichetta — “straniero”, “tossicodipendente”, “malato psichiatrico” — l’etichetta prende il posto della persona, e tutto ciò che è accaduto prima sparisce. Restano il gesto finale e la paura. Nessun contesto è immune da questo automatismo, nessuna professione, nessuno di noi.

Ma non si tratta soltanto di parole sbagliate o di pregiudizi individuali. Esiste anche un razzismo istituzionale, che agisce quando caratteristiche personali e condizioni di fragilità orientano automaticamente il modo in cui una persona viene letta e trattata. Straniero diventa sinonimo di pericolo. Persona con una dipendenza diventa sinonimo di criminale. Persona con un problema psichico diventa sinonimo di minaccia. Quando queste equazioni entrano nelle pratiche delle istituzioni, la tutela della persona passa in secondo piano e il contenimento diventa la risposta più immediata.

Contrastare questo meccanismo significa interrogare procedure, priorità e culture professionali, non soltanto le intenzioni dei singoli. Significa chiedersi perché, davanti allo stesso comportamento, alcuni corpi vengano percepiti prima di tutto come corpi da proteggere e altri come corpi da controllare.

Abderrahim Fakir era arrivato in Italia a sette anni. Viveva a Sasso Marconi, lavorava nella logistica. Quel giorno era andato al Pilastro a trovare dei parenti.

Fakir stava male, mesi prima si era rivolto al Pronto Soccorso e richiesto una presa in carico dalla psichiatria. Aveva chiesto aiuto. Fakir voleva stare bene.

La domanda, dopo ogni tragedia, non è soltanto che cosa sia successo quel giorno.

È che cosa avremmo potuto fare molto prima — e che cosa scegliamo di fare adesso, prima della prossima volta.

Gruppo Salute Coalizione Civica per Bologna

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