“Bisogna vivere l’alternativa, non limitarsi a predicarla”. Intervista a Umberto Santino e Anna Puglisi, fondatori del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”.

By 4 Febbraio 2020notizie

Palermo. Il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” è il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia. Giovanni Falcone è sepolto qui vicino, nella Chiesa di San Domenico.

Umberto Santino e Anna Puglisi nel 1977 hanno fondato il Centro Siciliano di documentazione, successivamente intitolato al militante della Nuova Sinistra Giuseppe Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Il Centro ha avuto un ruolo decisivo nell’ inchiesta sull’ omicidio. Svolge ricerche sulle imprese mafiose, sul traffico internazionale di droghe, sul rapporto mafia-politica. È impegnato nel movimento per la pace ed i diritti umani. È autofinanziato, poiché contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico. Negli anni passati ha ricevuto soltanto piccoli contributi del Comune e della Regione Sicilia ed uno della Comunità europea per un “Progetto droga”, svolto in collaborazione con il CISS (Cooperazione internazionale Sud-Sud). La richiesta di una legge regionale che regoli la concessione dei contributi, avanzata nel 1987, ad oggi non è stata accolta.

D- Umberto, la mattina dell’omicidio di Peppino hai organizzato un’assemblea presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e nel pomeriggio hai tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, quello che avrebbe dovuto tenere Impastato a Cinisi, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio. L’11 maggio 1978, due giorni dopo, avete presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e non si era “suicidato”. Nel luglio del 1978, avete pubblicato il bollettino “10 anni di lotta contro la mafia”, ricostruendo l’attività culturale e politica di Impastato. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino ha trasmesso gli atti all’Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti. Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia Proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull’andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ed un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Dove si trova la forza ed il coraggio per vincere battaglie così difficili?

R- La paura, di fronte alla violenza mafiosa, è normale, il problema è come governarla e fronteggiarla. L’unico modo è non lottare da soli, costruire, condividere. In Sicilia c’è una storia di lotte, di mobilitazioni che comincia con le lotte contadine. Ci sono state forme organizzate di antimafia, che si possono sperimentare nelle scuole e nel contesto sociale. Una di queste è il movimento antiracket, contro le richieste estorsive. Recentemente a Foggia c’è stata una grande manifestazione, a cui hanno risposto, provocatoriamente, con un attentato. È una lotta difficile, si può fare solo se c’è un impegno quotidiano. Le grandi manifestazioni sono necessarie, ma non bastano. 

D- In occasione del primo anniversario dell’assassinio di Impastato, hai organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d’Italia. In seguito all’ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983 e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, avete pubblicato il dossier “Notissimi Ignoti” ed il libro “La mafia in casa mia”, con la storia della vita della madre di Peppino, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. Nel febbraio 1992, dopo l’archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci avete ribadito la responsabilità di Badalamenti, e nel 1994 il Centro ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti. La vostra richiesta è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperta, arrivando così ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell’omicidio. Quanto è stato importante ricordare e scendere in piazza?

R- La memoria è indispensabile, ma bisogna coniugarla con progetto, credibile e praticabile, di mutamento. È quello che abbiamo cercato di fare con il Centro e ora con il No Mafia Memorial. Quella chiami “la piazza”, cioè le manifestazioni pubbliche e partecipate, lo dicevo già prima, debbono essere accompagnate da un’attività quotidiana. 

D- È veramente cambiato il clima nel nostro Paese? La violenza ed i toni offensivi che sembrano esser stati sdoganati, anche dalla politica, possono fare il gioco delle mafie?

R- Viviamo un periodo storico molto difficile, di crisi della democrazia e della civiltà. Così si spiegano personaggi come Salvini e come Trump. C’è una barbarie nei modi, nel linguaggio. Una quotidiana ed esibita disumanità, che vede nei migranti, negli “altri” il capro espiatorio per una crisi che è stata prodotta dal sistema economico e dall’involuzione del contesto politico. Le mafie giocano dentro questo contesto che è insieme locale, nazionale e globale. Ci sono pseudo-valori, come la competizione con ogni mezzo, l’arricchimento facile, il ricorso alle pratiche corruttive considerate come una “furberia”, che comportano emarginazione e disuguaglianza, che sono condivisi dai soggetti politici, dalle agenzie del capitalismo finanziario e dalle mafie. Purtroppo, il contesto è favorevole alla proliferazione di gruppi criminali assimilabili alle mafie storiche. Nel Gargano ad esempio, ci sono gruppi criminali di recente formazione che per imporsi usano il massimo della violenza per dominare il territorio e acquisire potere nel mondo criminale e più in generale nella società.

D- Continuate a ricevere minacce? Abbiamo letto tutti dell’incendio doloso che poco tempo fa ha distrutto la pizzeria di Giovanni, fratello di Peppino Impastato, cosa c’è ancora da fare? 

R- In Sicilia dopo i grandi delitti e le stragi che hanno avuto un effetto boomerang, con gli arresti, i processi e le condanne, la mafia ha scelto di porre un freno alla violenza, ma questo non significa che vi abbia rinunciato. L’attentato all’attività di Giovanni dimostra che la violenza, in tutte le sue forme, attuata o potenziale, è una risorsa a cui la mafia non può rinunciare. Ci sono stati altri attentati rivolti a chi usa i beni confiscati, che per la mafia è un’offesa intollerabile e fa di tutto per renderlo impossibile. Bisogna sapere che è una lotta che anche quando sembra finita ricomincia daccapo. Bisogna prenderne atto e continuare.

D- In Emilia-Romagna esiste l’associazione “Mafie sotto casa”. Sara Donatelli, è stata nostra ospite durante l’Assemblea Cittadina di Coalizione Civica Bologna il 14 novembre. Ha posto l’accento  soprattutto sulle realtà e le mafie che nel corso degli ultimi decenni si sono radicate all’interno del territorio emiliano-romagnolo, che hanno caratteristiche e modalità di azione totalmente diverse da quelle del Sud Italia. Il motivo è soprattutto la grande ricchezza di una regione come l’Emilia-Romagna. Le mafie, qui, si sono mosse in sordina, studiando il territorio, intessendo legami con il mondo dell’economia e della finanza, riducendo sempre più il confine tra economia legale e illegale. Quale tipo di mafia secondo te è più pericolosa, quella che spara per strada o quella in giacca e cravatta?

R- Sono tutt’e due pericolose, non fare la graduatoria. Solo che la seconda è meno visibile e bisogna avere una capacità di documentazione e di analisi adeguate. Mi pare che avete già le idee abbastanza chiare. E avete cominciato a fare un ottimo lavoro. Fino a qualche anno si diceva che la mafia al Centro-Nord non c’era, che era solo un fenomeno meridionale, ora si è capito si tratta di fenomeni nazionali e bisogna chiedersi come e perché si sono inserite in contesti diversi da quelli originari. Da quello che dici, siete sulla buona strada. 

D- Umberto, sarei curiosa di sapere cos’è per te la giustizia e cosa possiamo fare tutti noi, ogni giorno, come cittadini. 

R- La giustizia non è solo la repressione, necessaria, ma dev’essere soprattutto giustizia sociale, lotta alle disuguaglianze, all’emarginazione, ai disagi sociali, alla corruzione, all’affarismo, all’accaparramento dei fondi pubblici, all’evasione fiscale, a tutti quegli aspetti che producono riproducono le mafie. Il compito della società civile è agire soprattutto su questi aspetti, che sono insieme economici, politici, culturali, etici, riguardano cioè l’accumulazione, il potere, i modelli comportamentali. Bisogna vivere l’alternativa, non limitarsi a predicarla.

Michela Paglia


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