INCONTRO PUBBLICO URBANISTICA – 23 FEBBRAIO 2016

12717200_1674187789488840_4955121902438630308_nIl titolo era “La città trascurata: Abbattere i confini”, e il senso da attribuire all’aggettivo “trascurata” è stato un leitmotiv di numerosi degli interventi di un incontro dedicato a urbanistica, periferie e diseguaglianze.

Ad aprire la serata, l’intervento di Piergiorgio Rocchi, coordinatore del Gruppo Urbanistica di Coalizione Civica, che ha preso le mosse dall’assenza sostanziale di un Piano Strategico Metropolitano al venir meno del ruolo delle Province ormai sciolte: di qui la possibilità per il Sindaco Merola di “buttare lì” l’idea di riconvertire il Parco Nord a bosco, quando bisognerebbe insistere sulla sua realtà di “cittadella dei giovani”. Importante sarebbe andare verso una città policentrica, creando nelle attuali periferie nuove centralità urbane, utilizzando al contempo con senso critico il concetto di “rigenerazione urbana” oggi fatto proprio anche dalla grande rendita immobiliare, ad esempio rispetto all’area Prati di Caprara e Scalo Ravone, dove sono previsti 2.200 alloggi (su un totale, spropositato, di 85.000 nuovi alloggi in tutta la Città Metropolitana). I filoni di riflessione su cui ha lavorato il Gruppo Urbanistica sono 6: 1. ascolto delle periferie (utilizzando anche l’inchiesta sociale come strumento); 2. diversa politica della casa (affrontare l’emergenza, rilanciare edilizia residenziale pubblica e sociale evitando, come avvenuto negli ultimi anni, di monetizzarne la quota non realizzata); 3. efficientamento energetico; 4. politica dei beni pubblici e comuni; 5. revisione del fabbisogno insediativo; 6. stop, reale, al consumo di suolo.

Mariangiola Gallingani ha poi ripercorso la storia delle periferie di una Bologna che fino a fine ‘800 è rimasta limitata alle mura del ‘300 (gli attuali viali di circonvallazione), per attuare una effettiva espansione oltre le mura solo nei primi anni del ‘900 e poi nel periodo fascista. L’attuale volto delle periferie bolognesi è determinato in buona parte dall’uso, negli anni ‘60 e ‘70, di strumenti per l’edificazione pubblica, con quote molto alte di edilizia economica e popolare (che, successivamente riscattate, sono il nucleo dell’attuale piccola proprietà immobiliare). Nel 2008 un sondaggio approfondito (che varrebbe la pena ripetere oggi) chiedeva ai cittadini di individuare quelle che percepivano come le “centralità di quartiere”, e ne emergeva che quasi il 50% della popolazione delle periferie non frequentava il centro storico più di una volta a settimana; a ciò si aggiunge una forte polarizzazione in base al reddito dei quartieri bolognesi. Coalizione Civica dovrebbe tenere in conto che alle ultime elezioni regionali l’affluenza è stata più alta nelle estreme periferie della città (Corticella, Borgo Panigale), ma anche in alcuni quartieri semiperiferici si è riscontrato un forte astensionismo, su cui lavorare. Il video “Fantasmi a Bologna” con cui Gallingani ha chiuso l’intervento alterna immagini dell’edilizia residenziale di Bologna con scene cinematografiche più o meno famose ambientate immaginativamente all’interno di quelle case, emozioni basate sul dimorare da cui è facile concludere che “l’abitare è un diritto”.

Perché considerare Bologna “trascurata”, nonostante un’attenzione alla partecipazione non riscontrabile altrove? Giuseppe Scandurra ha ricordato l’esperienza dei “laboratori di urbanistica partecipata” e la necessità di interrogarsi sulla loro efficacia (Ex Mercato Navile), e l’ossessione di alcuni anni fa per la “bolognesità”. In realtà Bologna è, più di quanto si pensi, una città “portuale”, che all’identità “petroniana” ne affianca molte altre, a partire da quella incarnata dagli studenti fuori sede. Occorre quindi “abbattere i confini”, in primis quelli tra centro e periferie, denunciando la miopia conoscitiva di una distinzione rigida (ad esempio, il dibattere sulla necessità di una moschea cittadina senza aver conosciuto e censito le numerose “moschee informali” già esistenti in varie zone della città) e quindi portando attività, delle istituzioni e della società civile, anche al di fuori del “recinto del centro”.

 

Conclusioni affidate come da programma ai due candidati sindaco di Coalizione Civica. Paola Ziccone, a fronte di un tessuto sociale disgregato, propone a Bologna di pensarsi come una “comunità amica di se stessa”, capace di trarre ricchezza dalla diversità e allargata alla città metropolitana per rendere ogni periferia un centro. Cruciale deve essere la prospettiva delle “periferie esistenziali”, che si traduce ad esempio nel ripensare i mezzi di trasporto, con nuovi collegamenti incentrati sui mezzi pubblici e sulla priorità del Servizio Ferroviario Metropolitano, e nel costruire una città in cui il centro storico non sia più la “misura della fortuna” – più se ne è lontani, più si è “sfigati”. Per sviluppare il senso di appartenenza alla città bisogna pensare insieme le regole del gioco, non considerarle come date, e questo ha riflessi immediati anche sulla sicurezza, che non si risolve solo con un proliferare delle telecamere.

Bologna è città “trascurata”, secondo Federico Martelloni, perché ha smesso di essere “curata” come quando pianificazione e innovazione sociale viaggiavano insieme. Negli ultimi anni è venuta meno l’omogeneità territoriale (ad esempio nell’area, prima tutta operaia, della Casaralta) e di conseguenza la capacità di leggere i bisogni, sempre più complessi: in Bolognina, per citare una zona molto cambiata, si combinano gli strati sociali di ex operai ora pensionati, migranti e “fuori sede”, con esigenze ovviamente diverse. In questo contesto, la partecipazione (non fittizia) non è un valore “di sinistra”, ma la precondizione per fare interventi che funzionino. Le politiche della casa non possono essere comunque uguali a quelle del “periodo d’oro”, ma vanno ripensate, ad esempio attraverso il concetto di social housing per ottenere una Bologna più unita. Nello spazio metropolitano ci sono 19 aree militari, e vanno trattate come un patrimonio pubblico della città, “mettendosi di traverso” agli evidenti appetiti della speculazione immobiliare. Quanto al “Bosco Parco Nord”, è l’ennesima uscita estemporanea di Merola, relativa a un’area che ha tra l’altro un’arena concertistica di rilievo nazionale – mentre altrove a fare nuovi insediamenti boschivi, di più agevole manutenzione, si è rinunciato.

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