Le biblioteche che vorrei… ma non posso

By 11 Settembre 2017notizie

Quando l’Assessora alla Cultura Bruna Gambarelli afferma che la discussione sull’esternalizzazione della Biblioteca Lame le ha fatto piacere perché ha mostrato “quanto la cittadinanza tenesse alla Biblioteca”, viene in mente il ritornello di “Big Yellow Taxi”, una vecchia canzone di Joni Mitchell:
Don’t it always seem to go
That you don’t know what you’ve got til it’s gone

È vero, il dibattito di sabato 9 settembre alla Festa dell’Unità si chiama “Le biblioteche che vorrei”, riprendendo il titolo di un libro di Antonella Agnoli che partecipa; tuttavia, i desideri che vengono espressi sembrano a volte esattamente opposti alla realtà della nostra città.

Le biblioteche che vorrei – 9 settembre 2017

Agnoli, fresca di nomina come Assessora a Lecce, ma per diversi anni nel CdA dell’Istituzione Biblioteche di Bologna, contesta una visione di città in cui il turismo si compone di “cibo e souvenir” e la cultura di “eventi”, ovvero più o meno il modello alla base del progetto di F.I.CO.; parla della necessità di ripensare le strutture-biblioteca anche in luoghi diversi da quelli attuali, seguendo il ridefinirsi del territorio, e viene da pensare a quante nuove biblioteche abbiano davvero accompagnato la nascita di interi comparti urbanistici a Bologna negli ultimi 30 anni.
Ma soprattutto, quando Agnoli ricorda l’opportunità di progettare le strutture a partire dai bisogni degli utenti (specie bambini e ragazzi), è impossibile non ricollegarsi all’annuncio di pochi minuti prima dall’Assessora Gambarelli: il 25 settembre verrà presentato il progetto della “nuova” Biblioteca Lame affidata alle cooperative – un progetto che nessuno degli utenti aveva richiesto prima che il bando imponesse l’esternalizzazione totale, un progetto che solo la mobilitazione successiva dei cittadini ha imposto all’Amministrazione di ideare, sempre e comunque dall’alto.

Non si tratta del tradizionale, e perciò facilmente contestabile, “predicare bene e razzolare male”, quanto piuttosto della riaffermata costruzione di un mondo ideale come se, “per incantamento”, potesse tradursi nella condizione reale di Bologna – e nel consenso del suo popolo che ancora si colloca a sinistra.
Come nella fiaba di Cenerentola, però, poco prima della mezzanotte, mentre la pioggia battente svuota i viali del Parco Nord, l’incantesimo si spezza.
A fronte delle contestazioni puntuali di Miriam Ridolfi sulla centralità del personale (“come si lavora nelle cooperative? perché non fare i concorsi pubblici?”) e sul ruolo della dirigenza (“inutile fare grandi progetti” se non si sanno coordinare le risorse a disposizione), e di quelle anche vibrate di diversi altri membri dell’assemblea cittadina contro l’esternalizzazione della Biblioteca Lame, la brutale realtà ricompare, portando in scena “Le biblioteche che vorrei… ma non posso”. Ecco che la colpa dello iato tra sogni e realtà (riflesso di quello tra politica e cittadinanza) viene attribuita al patto di stabilità, che impedisce al Comune di assumere, e alle scelte assunzionali dell’Amministrazione comunale, che hanno privilegiato i comparti scuola e polizia locale: come se le politiche assunzionali fossero state adottate da un sindaco diverso da Merola, e come se la scelta di tagliare il personale del pubblico impiego anziché le spese militari, per fare un esempio, fosse la malvagia opera di una parte politica avversaria.

“Non abbiamo la bacchetta magica”, ricorda in conclusione Gambarelli. Si ha però l’impressione che questa amministrazione comunale non sia ormai in grado di affrontare un orizzonte del “possibile” (la cui arte, secondo una famosa definizione, è la politica), perché troppo intenta a teorizzare il modo migliore di aggiornare all’oggi il passato, glorioso ma pesante, della Bologna che l’ha preceduta – senza però alcuna speranza di realizzarlo in pratica, a causa di catene dalle quali è tutt’altro che desiderosa di scuotersi.
Assistere a questo dibattito poche ore dopo la manifestazione che ha chiesto la riapertura di Làbas, che per 5 anni è stato invece incarnazione tangibile di una città “possibile”, rende tutto questo ancora più evidente.

Joni Mitchell chiude il ritornello di “Big Yellow Taxi” così:
They paved paradise and put up a parking lot

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