BOLOGNA: LE BOTTEGHE E I NON LUOGHI

“Provate ad immaginare un’intera strada di Bologna senza negozi e animata solo di giorno, o al contrario un’intera zona di Bologna piena di pub e di locali notturni e che si anima solamente la sera.
Non è uno scenario fantasioso, E’ esattamente quello che è già avvenuto in alcune periferie e che sta avvenendo in una buona metà del centro storico.”

 

Così scrivevo nel 2004. Ciò che è avvenuto dopo è sotto gli occhi di tutti.

 

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli interventi della grande distribuzione anche all’interno dei confini del centro storico (vedi l’operazione nell’ex Cinema Ambasciatori e nel Mercato di Mezzo e altre …), sono aumentate in maniera esponenziale le rivendite di alcool mascherate da negozi alimentari, i take away, le pizzerie d’asporto e i pub, a discapito dei negozi tradizionali. Il degrado è stato affrontato, ma solo con interventi episodici e di pura repressione, tali, nel “migliore” dei casi, da spostarne semplicemente gli effetti da una strada all’altra e da una piazza all’altra.
Nulla di positivo nè di almeno in parte duraturo si è verificato per quanto concerne una strategia complessiva.

 

Amministrare significa affrontare un problema complesso, e richiede comunque un obiettivo, un orizzonte di risultati.

 

Se viene stravolto commercialmente il centro storico il danno riguarda l’intero contesto urbano e non solo quello commerciale, perché il centro storico assolve una funzione fondamentale di identificazione sociale e di riconoscimento di una collettività determinata con la sua stessa storia. A costruire le città sono stati i commercianti e gli artigiani, dando l’avvio ai mercati semplicemente agli incroci delle strade e in generale lungo i fiumi. Da quei mercati sono nate le città come luoghi di scambio delle culture e delle merci.

 

Attualmente alcune zone vengono troppo privilegiate rispetto ad altre, con danno delle seconde, ma anche delle prime. Occorre fare ogni sforzo per stabilire possibili convergenze di interessi tra le varie zone, non solo tra il piccolo commercio specializzato e la grande distribuzione ma anche tra una parte ed un’altra del centro storico, tra chi vi risiede e lavora e chi studia e vuole vivere la notte.

 

In generale appare necessario che venga stabilita una regia unitaria dei problemi che riguardano la città, mediante un’esperienza non nuova, già sperimentata in alcune città d’Europa paragonabili alla nostra e in qualche misura nella nostra stessa regione. L’assenza di questa visione complessiva ha effetti devastanti sull’intera città. Bisogna evitare la desertificazione di alcune zone e una modificazione culturale del tessuto sociale della città.
La tendenza attuale è che l’unica presenza commerciale rischia di essere quella dove le merci sono più importanti delle persone e dove non esistono i tempi e gli spazi della città: i famosi non – luoghi.

 

Quello a cui penso è un piano che affronti in maniera unitaria problematiche diverse e che partecipi alla loro soluzione, mettendo sul tavolo la propria particolare visione. Occorre intervenire in modo continuo e coordinato secondo una visione complessiva delle cose possibili da mettere in campo, che non possono essere limitate al solo assessorato al commercio o alla mobilità o alla sicurezza.
E questa strategia si gioca sul rapporto università/città, che da tempo immemorabile non esiste, e sulla presenza diversa dell’Amministrazione con la creazione di un tavolo di monitoraggio, che dovrebbe coniugare insieme la partecipazione di tutti e la capacità decisionale della giunta e del sindaco sulle soluzioni discusse.
La creazione di un tavolo di monitoraggio dovrebbe vedere la presenza di tutti i soggetti economici e amministrativi interessati, residenti compresi, e divenire il vero motore di ogni scelta operativa che riguardi il progetto di valorizzazione del centro storico.

 

Intorno a questo tavolo si dovrebbero discutere i problemi riguardanti il degrado, la sicurezza, le scelte urbanistiche e della mobilità nella zona.

 

Facciamo un esempio: nella zona universitaria vi sono enormi potenzialità che in questo momento rimangono assolutamente inutilizzate; si offrono al mondo studentesco soltanto alcuni punti di incontro serale di scarsa qualità e basati soprattutto sul consumo di alcool.
Non viene valorizzata e, tanto meno, utilizzata la presenza del Teatro Comunale, dell’Accademia delle Belle Arti, del Conservatorio, della Pinacoteca, dell’Università.
Se vi è una parte di Bologna che è conosciuta nel mondo, ad esempio sul piano del turismo, è proprio questa.
Eppure è stata completamente dimenticata e abbandonata a sé stessa. Non si sono cercate sinergie tra questo vastissimo mondo culturale concentrato nella zona, e neppure si sono valorizzate proposte per la creazione di una cittadella della musica, della cultura e dell’arte. Sembra ad esempio da rivalutare l’idea dell’Arch Cervellati di Via Zamboni come” via della cultura”.

 

L’altro grande problema di Bologna è l’alto costo degli affitti sia commerciali che abitativi. A questo dato determinato dall’implosione dell’Università nella città non è estraneo un rapporto non sano fra la città e l’università. La città vive questa presenza in modo sbagliato: per molti è un grosso affare, vedi i proprietari immobiliari, per altri un grosso fastidio. Risultato una guerra guerreggiata tra vari soggetti in campo a colpi di ricorsi al Tar, ordinanze senza senso che vietano l’uso della vendita della birra fredda e altre amenità.

 

Nel frattempo si è creata una sorta di miscela esplosiva determinata dalla speculazione immobiliare sulla pelle studenti e dei suoi residenti . Abbiamo assistito all’allargarsi degli Uffici dell’Università ad intere zone del centro storico con una disponibilità ad acquistare o locare a prezzi al di sopra del mercato, dimenticandosi dei bisogni degli studenti, quali servizi e studentati (senza dimenticare gli affitti in nero.. ) e soprattutto dimenticandosi di chi non può permettersi un alto costo degli affitti, problema che riguarda la parte più debole della popolazione bolognese.

 

Tanto è vero che in alcune zone , come quelle vicino all’area universitaria, l’aumento del degrado è accompagnato dall’aumento del costo immobiliare sia relativo agli esercizi commerciali che relativo alle abitazioni, con l’incredibile risultato che le uniche attività che possono resistere all’impatto dei costi sono quelle che si rivolgono allo stesso mercato giovanile o che comunque trattano merceologie con alto valore aggiunto (ad esempio l’alcool), rendendo così impossibile la creazione di un qualche mix merceologico.

 

Anche su questo le Amministrazioni passate e presenti (a partire da Vitali, Guazzaloca, Cofferati, Del Bono, la Commissaria Cancellieri e da ultimo il buon Merola), a parte la proposta del 2005: il Piano di Valorizzazione Commerciale di Pz. Verdi ( mai attuato), non hanno prodotto nulla di concreto.

Gli stessi problemi riguardano i pubblici esercizi dell’intera città. Dalle osterie di Guccini, che ormai sono diventate una vera e propria rarità, si è passati ad un mondo di birrerie e pub, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta.

 

Si potrebbe incentivare, per esempio nella zona universitaria e al Pratello, l’apertura di “caffè culturali” sull’esempio della Francia, con l’obbiettivo di migliorare la qualità del commercio e della vita dei residenti e degli studenti, offrendo loro luoghi di incontro non solo legati alla cultura dell’alcool.

 

Si è arrivati così alla deregolamentazione di tutto il settore urbanistico e commerciale provocando nei fatti un ritorno al passato remoto. Hanno vinto le scelte economiche più concentrate e più redditizie nell’immediato, certamente meno solidali.

 

Dobbiamo sempre ricordarci che la città è un corpo vivo, non una somma di strade, palazzi di episodi o abitazioni, e ciò che il cittadino vuole ottenere dal suo centro urbano è uno spazio di incontro, di emozioni, di informazioni culturali, di vivibilità; e su un corpo vivo si interviene considerando gli effetti complessivi di una terapia. Per ottenere ciò è necessario che le norme urbanistiche, quelle commerciali e della mobilità trovino un momento di sintesi, cioè una vera e propria “urbanoterapia“, che affronti con una visione d’insieme il problema città.

 

Tutto ciò lo dico anche alla luce delle esperienze già in essere non solo in Europa, vedi Gran Bretagna, Portogallo, Spagna e Francia, ma anche e soprattutto in Italia. Una volta Bologna era un fiore all’occhiello che tutti noi ci portavamo al petto con orgoglio e forse con un po’ di “vanteria”. Ne eravamo tutti consapevoli eppure ci si sforzava comunque e sempre di migliorare. Questo accadeva perché l’amore per la propria città era più forte dell’indifferenza che invece pare essere oggi il valore dominante.

 

Di Silvia Ferraro – bottegaia

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